Essere irrilevanti è sempre una sensazione relativa, cioè si è sempre rilevanti o meno rispetto a qualcos’altro, a qualche obiettivo che ci si pone, a un contesto in cui si agisce.
L’esperienza di visione di Centroamérica genera precisamente questa domanda: nel nostro paese su cosa stiamo focalizzando l’attenzione, creativa e spettatoriale? Quanto è relativo quello che ci preme guardare e affrontare con il nostro teatro? Il collettivo messicano Lagartijas Tiradas al Sol si porta dietro un mondo altro, ai più sconosciuto: sette paesi del Centro America, appunto. In scena, Luisa Pardo e Lázaro Gabino Rodríguez, due dei nove membri di questa “bandada de artistas”, impegnati anche in percorsi formativi ed educativi attraverso le arti e altri media.
La carta geografica, proiettata sullo sfondo, non è solo un mezzo informativo o un espediente estetico, ma la riproduzione tangibile della vastità di un pezzo di continente estremamente variegato, eppure assimilabile per destino economico e politico.
È immediata dunque la percezione della nostra – cioè di quel preciso gruppo spettatoriale – irrilevanza geografica. Puntini (milanesi, lombardi, italiani) a cui la vastità di quel nugolo di nazioni mostrate sul mappamondo genera un’oppressione quasi schiacciante.
Eppure, da qualche parte, distante da noi, si collocano proprio quei sette paesi, a Sud di qualcos’altro, a Nord di altro ancora – anche quello un fattore relativo.
In quel Centro America così lontano gli studiosi dello scorso secolo avevano creduto di intravedere le basi per democrazie floride, oggi ridotte nella maggior parte dei casi a regimi pretoriani, zone di pascolo per i vicini statunitensi, autocrazie che deprimono popoli interi. E di nuovo il dubbio risale: quanto poco sappiamo, quanto poco comprendiamo, quanto in più ne sapremo dopo la visione? Quanto si può restituire della smisurata esperienza videoregistrata di Maria, anonima testimone della vita sotto un’autocrazia?
La rievocazione scenografica del Centro America è ridotta a un muro tappezzato, una sorta di affresco in tela che ne sintetizza gli elementi iconici: tanta acqua, tanta vegetazione – e acqua e vegetazione ricoprono anche il palco. La rinuncia ad architetture scenografiche complesse è una scelta stilistica ben precisa, che con i colori e lo stile ironicamente esotico, stempera la caratura di un testo che non fa sconti. A riempire lo spazio, i video e gli elementi di archivio raccolti durante il viaggio, ma anche una scrittura che fluisce continuamente e corposamente. Si parla e si narra molto in Centroamérica, usando il dispositivo metateatrale dentro un più ampio progetto di ricerca artistica sulla regione, attraverso metodologie multimediali che il collettivo aveva già sperimentato in La democracia en México. Parti di testo sono, infatti, lette direttamente dalla pubblicazione che porta lo stesso titolo, coeva alla produzione dello spettacolo teatrale, su cui il collettivo messicano ha puntato per un resoconto che ha i tratti del reportage. I livelli narrativi sono molteplici. Scenicamente, i dialoghi che ripercorrono i conflitti tra i due viandanti sono quelli più efficaci, senza che i due interpreti calchino mai i toni, per lasciare al potere del pensiero parlato il nodo della rappresentazione.
Spesso, i dialoghi sono intervallati da immagini intrinsecamente suggestive perché è dentro di esse che prende vita la storia raccontata, e attorno a cui si potenzia, cucito, un discorso filosofico sulla rivoluzione, la resistenza, l’appartenenza culturale, il disfacimento delle nazioni.
Centroamérica è uno spettacolo che, con abbondanza di stili di scrittura e di articolazione retorica del pensiero, insiste sull’irrilevanza del suo stesso porsi in essere davanti allo spettatore. È un gioco antico, proporre il disfacimento della proposta stessa nel suo farsi, cioè chiedersi costantemente se ha senso fare lo spettacolo che noi vediamo già fatto. Gli attori hanno questi dubbi, perché rispetto alla vastità di ciò che hanno vissuto, la parola teatrale o scritta che sia, sembra sempre inadeguata.
Ma la questione è intricata, tangibile, vera, quindi funziona. I performer raccontano il disaccordo intimo, l’impotenza schiacciante, il dubbio lacerante che forse il racconto non serve proprio a niente di fronte al sistema. Che il teatro sia, per l’appunto, irrilevante.
O forse no?