Nel 1924 George Herbert Leigh Mallory, docente e alpinista inglese, morì scalando la vetta più alta del mondo: il monte Everest. Il suo corpo fu ritrovato settantacinque anni dopo a soli 200 metri dalla cima della montagna. Ancora oggi, a distanza di cento anni da quella tanto chiacchierata spedizione, non si dispone di una versione ufficiale del suo esito. Ad aggiungere dubbi e perplessità alla vicenda è il mancato ritrovamento della macchina fotografica che Mallory portava sempre con sé per documentare i suoi successi e, soprattutto, la fotografia della moglie che, romanticamente, aveva promesso di depositare sulla vetta in suo onore.
A partire da questo controverso episodio e dal nucleo della sua inconoscibilità The Mountain riflette sul concetto di verità. «What’s the truth?» è la domanda, perentoria e provocatoria, ripetuta al pubblico durante tutta la performance. Nel corso dello spettacolo, infatti, gli interpreti mettono in dubbio con acuta ironia il concetto di “verità”, chiedendosi e chiedendo al pubblico cosa possa essere considerato vero nella società postmoderna — e se, addirittura, se ne possa parlare con cognizione di causa.. In un mondo sempre più frammentato, in cui le immagini o le parole possono cambiare la reale versione dei fatti, la compagnia catalana Agrupación Señor Serrano riporta in Italia The Mountain — dopo il debutto nel 2020 — che riflette proprio sui meccanismi di manipolazione della realtà, intersecando l’irrisolta vicenda di Mallory con il celebre caso del programma radiofonico “La guerra dei mondi” di Orson Welles, che nel 1938 fece credere a migliaia di cittadini statunitensi di essere sotto attacco alieno. L’allora ventitreenne Welles decise infatti di dar voce al romanzo fantascientifico di Herbert George Wells tramite una nota emittente radiofonica statunitense e, nonostante fosse stato dichiarato, all’inizio e alla fine del programma, che ad andare in onda fosse l’adattamento radiofonico del romanzo di Wells, si generò un’isteria collettiva tra i radioascoltatori e il giorno successivo diverse testate giornalistiche ne scrissero, contribuendo ad alimentare la psicosi di massa dei cittadini americani. Un’ulteriore riprova della malleabilità e della fragilità di ciò che crediamo essere reale.
Oggi forse può sembrare assurdo che una trasmissione radiofonica possa aver generato una forma di panico collettivo, ma in quel momento storico la radio era un medium nuovo, che stava stravolgendo il modo di fruire le informazioni. Non ci ricorda qualcosa? L’intelligenza artificiale, oggi si sta facendo strada, rivoluzionando completamente il concetto di verità e di informazione. Le fotografie e i video generati dall’AI, ad esempio, a un occhio poco allenato sembrano vere, ma poi si rivelano vere e proprie “allucinazioni”.
A questi due filoni narrativi se ne aggiunge un terzo, altrettanto controverso e spinoso: l’attrice protagonista (Anna Pérez Moya), tramite una elaborazione vocale in tempo reale e un Face-Swap, assume il volto di Vladimir Putin. Accentratore di un potere mediatico e fautore di falsi consensi, il personaggio di Putin, tra riflessioni e aneddoti d’infanzia, parla con glaciale soddisfazione di fiducia e di verità, presentandosi come chiave di volta su cui basare la decodifica dello spettacolo.
«What’s the truth?» risuona più volte, come un mantra. È una domanda che scava, si insinua, si complica, e richiede tempo, attenzione, pazienza. A costruire questo nodo drammaturgico — che lo spettatore è invitato a dipanare — è il lavoro raffinato di Àlex Serrano, Pau Palacios e Ferran Dordal. Il segno della compagnia, riconoscibile e ormai distintivo, si fonda su un uso sofisticato delle tecnologie digitali: videoproiezioni in differita, riprese live di modellini in scala che diventano oggetti di scena e scenografia, fino alla messa in scena — autoironica e dichiarata — di una finta campagna di fake news durante la pandemia, raccontata direttamente sul palco.
Questa stratificazione di linguaggi, media e narrazioni compone una struttura articolata e dinamica, che mette la verità al centro come oggetto di indagine: sfuggente, mutevole, contraddittoria. Ogni spettatore è chiamato a scegliere dove posare lo sguardo, cosa ascoltare, cosa credere. Le azioni sceniche si moltiplicano: mentre su uno schermo compare il volto di Putin che racconta la propria infanzia durante le vacanze di famiglia, al centro della scena Anna Pérez Moya gli dà voce, giocando a badminton con una rete che è anche uno schermo, proiettando altre immagini ancora. In questo gioco continuo di slittamenti e doppi livelli, persino lo spettatore più attento può smarrirsi o lasciarsi sfuggire dettagli fondamentali. Ma è proprio questo il punto: non si può distogliere lo sguardo, nemmeno per un istante.
Il pubblico è costantemente sollecitato: l’interattività è solo apparente, il meccanismo del “dietro le quinte” viene esposto con compiacimento, mentre un drone in volo sopra il palco riprende la platea e proietta le immagini sugli schermi. Non c’è più distanza tra chi guarda e chi è guardato: tutti sono sulla scena. Tutti sono chiamati a pensare. Con The Mountain, Agrupación Señor Serrano firma uno spettacolo coraggioso, politico e poetico insieme, in cui la metafora della montagna diventa desiderio di verità: salire in alto, tentare l’impossibile, afferrare ciò che non si lascia afferrare. Una vetta forse irraggiungibile, eppure ancora, ostinatamente, da scalare.