Schwarz Rot Braun è una testimonianza della storia del presente, ma anche della memoria a breve termine che spesso accompagna le società occidentali. Vale per i traumi del passato, come per un’inchiesta recente come quella del collettivo CORRECTIV, che solo un anno fa aveva scosso l’opinione pubblica con i suoi retroscena sulla crescente estrema destra tedesca.
A dare forza alla narrazione è Jean Peters, il giornalista che ha condotto l’indagine infiltrandosi in un incontro tra “gruppi di patrioti” riuniti per immaginare la “nuova Germania”.
La carrellata di selfie con cui Peters riavvolge il nastro della vicenda restituisce un’immediatezza molto precisa: Peters in vacanza, Peters appostato in auto, Peters in hotel, in piazza, sui giornali. Momenti, luoghi, stati d’animo si susseguono e contestualizzano lo sviluppo di quella che è, a tutti gli effetti, una spy story avvincente e fin troppo reale.
Un tempo clown, poi scienziato politico, oggi giornalista: Peters conduce lo spettacolo con scanzonata sicurezza. Il racconto scorre con ironia, supportato da prove concrete e da una costruzione narrativa ben calibrata, che tiene insieme passaggi logici e temporali con precisione e ritmo. Tassello dopo tassello, viene ricostruita l’indagine: tutto parte da un goffo invito ricevuto via WhatsApp, non molto diverso da quello che, in passato, fu rivolto al direttore dell’Atlantic da parte del Dipartimento di Stato americano. Da lì, lo sguardo dell’investigatore si posa su connessioni sempre più inquietanti: politici, lobbisti e imprenditori dell’estrema destra si incontrano prima in Germania, poi in Svizzera. Peters racconta volti, nomi, dichiarazioni e le cause legali che ne sono seguite.
A valutare le conseguenze per ciascuno dei protagonisti, si resta sorpresi. Alle rivelazioni sul carattere neonazista, razzista e violento delle posizioni espresse durante quegli incontri, ha fatto seguito una lunga battaglia giudiziaria, segnata dalla paura di ritorsioni. Eppure – o forse proprio per questo – CORRECTIV ha proseguito le proprie indagini, e Peters viaggia oggi per il mondo a raccontare quanto accaduto, con rigore metodologico e con la precisione chirurgica del miglior giornalismo investigativo.
Il prologo dello spettacolo serve a ribadire i principi deontologici del giornalismo d’inchiesta: non solo per legittimare l’operazione, ma per tracciare un chiaro confine etico rispetto ai fautori delle narrazioni controfattuali. Accuratezza, tutela delle fonti, ricerca e diffusione della verità: sono queste le armi fondamentali per contrastare visioni alternative del mondo che, nel mercato delle emozioni – e soprattutto della paura – ottengono il più ampio consenso.
Lo spettacolo invita anche a riflettere sull’inadeguatezza del nostro linguaggio per affrontare operazioni complesse come questa. L’allestimento è minimo: il solo corpo del narratore-autore e un white wall alle sue spalle. Eppure, non si avverte mai una finalità didattica. Non è una conferenza in senso stretto, perché Peters non pretende di insegnare o trasmettere saperi codificati, ma anche perché la disposizione dei corpi e lo spazio scenico sfuggono alle convenzioni di quel formato.
Peters riesce così nell’intento di attraversare con leggerezza fatti che scuoterebbero perfino l’Angelo della storia di Benjamin, per la loro inquietante proiezione retroattiva sul passato. Del resto, nel nostro tempo storico, cercare una verità condivisa esclusivamente su basi positiviste si rivela una strategia perdente. In un’epoca in cui la verità non si esaurisce nei fatti, ma si costruisce nel loro significato, teatro e giornalismo possono incontrarsi: non per semplificare, ma per illuminare le complessità del reale.