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Syria: Addicted to Captagon. Quando il giornalismo guarda dentro il mirino

DIG Festival / Emir Nader

Seguendo passo dopo passo l’indagine, il documentario alterna testimonianze dirette e fonti mediatizzate, costruendo un archivio multiforme. La realtà raccontata è così costantemente messa in discussione: cambia volto a seconda del medium, del tono, del linguaggio che la veicola.

«Il mondo arabo sta combattendo una guerra». La prima inquadratura di Syria: Addicted to Captagon mostra un gruppo di militari che puntano le armi verso un punto imprecisato della frontiera. Lo spettatore osserva attraverso il mirino, ma non assisterà a uno scontro a fuoco. L’obiettivo non è un nemico armato, bensì una sostanza: il Captagon, farmaco psicoattivo sviluppato negli anni ’60, composto da anfetamine, caffeina e altre sostanze chimiche non regolamentate.

Prodotto dalla BBC Arabic in collaborazione con l’OCCRP (Organized Crime and Corruption Reporting Project), il documentario indaga uno dei traffici di droga più redditizi e meno noti del nostro tempo, tracciando una mappa estesa e complessa. Tutto ha inizio da un pick-up carico di pasticche. Il veicolo è privo di targa: in Siria, questo equivale a dire che è in mano ai militari. La reporter Rasha Qandeel segue la rotta del Captagon, che sembra partire dalla Giordania e attraversa Siria e Libano, territori in cui le istituzioni raccontano una versione dei fatti, mentre le vittime ne testimoniano un’altra.

Ci si chiede quanto ci sia di ingenuo nelle dichiarazioni ufficiali e quanto, invece, di deliberato insabbiamento. Il Captagon è diventato un pilastro economico per alcuni regimi e gruppi paramilitari in Medio Oriente. In particolare, la Siria si è trasformata nell’epicentro di questa economia sommersa, utilizzando il narcotraffico come risorsa strategica e leva geopolitica. «If Assad stopped the drug trade for 20 days, the economy would collapse», dichiara la voce distorta di un testimone anonimo.

Uno dei fulcri dell’inchiesta è proprio il coinvolgimento diretto della famiglia Assad: lo Stato e le milizie che affermano di combattere il Captagon sembrano essere gli stessi che ne favoriscono la produzione e la diffusione. In un contesto in cui neanche il salario dei militari garantisce la sopravvivenza, il profitto del narcotraffico diventa una soluzione sistemica.

Clip televisive frammentate bombardano lo spettatore con notizie sulla “cocaina dei poveri”, così economica e diffusa tra i giovani. In questo senso, Addicted sviluppa anche una riflessione meta-comunicativa. Seguendo passo dopo passo l’indagine, il documentario alterna testimonianze dirette e fonti mediatizzate, costruendo un archivio multiforme. La realtà raccontata è così costantemente messa in discussione: cambia volto a seconda del medium, del tono, del linguaggio che la veicola.

Anche in presenza di una voce narrante che si presenta come autorevole, il regista Emir Nader sceglie di affiancare contenuti prodotti in prima persona: video amatoriali, screenshot di chat, post sui social. In questo modo, altri media diventano parte attiva della narrazione, trasformando il documentario in un oggetto profondamente multimediale.

Accanto alla dimensione meta-mediale, emerge anche una riflessione meta-giornalistica: Addicted è un’inchiesta che racconta se stessa, rendendo visibile ogni tappa del percorso investigativo. Tuttavia, questo approccio ha un effetto collaterale: la narrazione assume spesso un ritmo da cronaca, e il contenuto dell’indagine tende a prevalere sul linguaggio cinematografico, che resta in parte inespresso.

L’obiettivo principale del documentario è evidente: far emergere una realtà poco raccontata dai media tradizionali. Nonostante il coinvolgimento di testate internazionali, Addicted non ha avuto un’ampia risonanza. Anche in Italia, nel 2021, un’inchiesta sul Captagon pubblicata da IRPI Media in collaborazione con OCCRP e Daraj ha avuto scarsa visibilità.

Oggi, grazie all’immediatezza delle immagini e alla loro forza emotiva, il documentario si configura come uno degli strumenti più efficaci per portare al grande pubblico temi complessi. Ma cosa aggiunge un documentario a un’inchiesta scritta? In un contesto in cui l’attenzione verso il giornalismo investigativo tradizionale sembra affievolirsi, proprio l’interazione con altri linguaggi  – audiovisivi, digitali, partecipativi – può forse garantirne la sopravvivenza, rafforzando la sua funzione di “cane da guardia del potere” e di “pietra angolare della democrazia”.

Chiara Emma

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