Un’esplosione di colori, forme e linguaggi che si inserisce a tutti gli effetti in un contesto filmico postmoderno: Reas, il più recente lavoro cinematografico della regista e performer argentina Lola Arias, è un’opera stratificata e sfuggente alle classificazioni, che si muove tra documentario, musical, dramma e metacinema. Il progetto nasce dall’esperienza diretta dell’autrice in laboratori di teatro e cinema condotti all’interno di carceri femminili in Argentina. «Fare quel lavoro dava loro un’enorme libertà nel contesto della reclusione. La libertà di immaginazione, di fantasia, di recitazione e di poter fare altre cose con i loro corpi», racconta Arias. Ed è proprio a partire dai corpi – sorvegliati, controllati, disciplinati – che il film costruisce un percorso di riappropriazione e di liberazione. Reas è quindi un racconto corale di corpi segnati da storie difficili – incise nella pelle sotto forma di tatuaggi, cicatrici, gesti e posture – che trovano nella pratica performativa una possibilità di riscrittura simbolica del sé. In questo senso il canto e la danza, ricorrenti nel corso del film, fungono non solo da mezzi di rielaborazione autobiografica, ma costruiscono anche momenti stranianti, capaci di aprire squarci visionari in un contesto di costrizione. Il genere musicale, tradizionalmente associato a rappresentazioni stilizzate e romantiche dei mondi marginali, spesso interpretate da attori e danzatori professionisti, viene qui rielaborato in chiave radicale: diventa un linguaggio espressivo che apre alla costruzione di narrazioni surreali, sospese tra il reale e l’immaginato, dove l’eccesso stilistico si traduce in potenza politica e possibilità di risignificazione. L’intera vicenda si svolge nell’ex carcere di Caseros, oggi in disuso, trasformato in set cinematografico per un’opera che mescola le memorie di un passato, che ha una forte eco nel presente, con l’immaginazione di un futuro in cui esibire la propria personalità. Reas mette in scena episodi realmente accaduti durante la detenzione, interpretati da ex detenute che, nel rivivere e ricreare le proprie esperienze, ricoprono anche il ruolo delle guardie carcerarie, sovvertendo la rigida logica binaria vittima/carnefice. È proprio attraverso questa dimensione che il film infrange le dicotomie e costruisce un discorso sulla complessità dell’esperienza carceraria. Al centro del racconto c’è Yoseli che, arrestata per traffico di stupefacenti, attende il giudizio all’interno del carcere. Qui entra in contatto con altre detenute: Nacho, ragazzo trans fondatore di una band musicale dietro le sbarre; Noe, donna trans appassionata di voguing; e ancora Rocío, Claudia, Patricia, le cui storie attraversano maternità negate, violenze domestiche, marginalizzazione economica e abbandono istituzionale. Se inizialmente Yoseli fatica a relazionarsi, nel tempo costruisce con loro una rete di affetti e solidarietà che prende la forma di una vera e propria famiglia elettiva. Reas è quindi un film sull’appartenenza, sulla possibilità di creare legami e comunità in grado di generare senso e speranza, anche nei luoghi più oppressivi. Le protagoniste evocano il proprio passato e immaginano il futuro: chi sogna di viaggiare, chi di ricongiungersi alla famiglia, chi di iniziare una nuova vita. Arias non propone risposte facili, ma invita lo spettatore a sospendere il giudizio e ad accogliere la complessità e le contraddizioni dell’umano, le sue ombre e le sue luci. Reas si afferma così come un’opera radicale e necessaria, capace di restituire visibilità a soggettività queer e femminili tuttora marginalizzate, trasformando lo spazio carcerario in un dispositivo politico e immaginativo.
Ed è proprio all’interno di questo luogo chiuso e sorvegliato che la libertà può emergere, ma solo quando si ha il coraggio, insieme, di immaginare un altrove possibile e desiderabile.