
La prima parte del Festival LIFE di Zona K si è svolta alla Fabbrica del Vapore dal 7 al 19 maggio 2025, portando in scena un programma articolato tra arti visive, performance e riflessione civile, con un approccio interdisciplinare che unisce sociologia, urbanistica, storia e tecnologia. Ad accompagnare questo ricco palinsesto, la mostra fotografica Cronache di un’apartheid di PROSPEKT allestita nella Cattedrale del centro culturale milanese. Tra i molti volti che affollano gli scatti di Pietro Masturzo e Samuele Pellecchia, due occhi in particolare si stagliano e inchiodano lo spettatore, scrutandolo fin dentro la coscienza. Sono gli occhi sbarrati di Nadal, cinque anni, spalle al muro, sguardo fisso in camera. La fotografia è stata scattata a Rafah, nella Striscia di Gaza, nel 2014: un missile israeliano aveva appena distrutto l’edificio in cui viveva con la sua famiglia, durante il primo giorno di Ramadan. Uno sguardo così ti chiama per nome, ti fa sentire minuscolo, ti costringe a interrogarti e a prendere posizione.
Le immagini selezionate dall’agenzia milanese PROSPEKT intendono restituire uno spaccato di vent’anni di occupazione israeliana in Palestina. Fin dall’inizio, il progetto propone un parallelismo antitetico con la celebre favola greca di Esopo Al lupo, al lupo, il cui intento pedagogico è mettere in guardia dal lanciare falsi allarmi per non rischiare di non essere creduti nei momenti di reale pericolo. In questo caso, però, il pericolo è reale e documentato. Il progetto si apre con un racconto scritto: non una favola, ma la vera storia di Mustafa, un giovane pastore palestinese di diciott’anni che era solito pascolare le sue pecore nelle terre di famiglia, a est di Hebron, in Cisgiordania. Una mattina viene aggredito brutalmente da coloni israeliani, probabilmente provenienti dalla colonia di Negohot. Mustafa ignorava che proprio quelle terre fossero state confiscate da Israele quattro anni prima. La crudezza del racconto in prima persona, la diagnosi di disturbo post-traumatico e le parole della madre restituiscono tutta la drammaticità di una vicenda tutt’altro che favolistica.
A rafforzare il racconto, interviene la testimonianza della psichiatra Samah Jabr, che ricostruisce l’aggressione e offre una morale chiara: di fronte a un popolo silenziato e piegato da decenni di apartheid, il dovere di gridare «Al lupo!» spetta a noi. Il progetto fotografico documenta attimi di una quotidianità spezzata, stravolta, annientata nel tempo. Chi si reca nei luoghi di guerra, chi entra nei campi di battaglia, si assume una responsabilità cruciale. Il lavoro di reportage a stretto contatto con le persone comporta un coinvolgimento emotivo tale da rendere inevitabile un senso di colpa per essere nati nella parte “giusta” di un mondo profondamente diseguale. Alla fine della giornata, il divario tra chi racconta e chi è raccontato resta evidente, come ha sottolineato il collettivo nell’incontro con il pubblico del 7 maggio: «Tu sai che, a differenza loro, puoi ripartire».
A ricordarci quanto sia urgente raccontare ciò che accade nei luoghi di conflitto è stata anche la conferenza Occhi e mani nelle guerre, tenutasi l’8 maggio e promossa dalla campagna R1PUD1A di EMERGENCY. Roberto Guerrieri (infermiere di EMERGENCY a Gaza) e Veronica Fernandes (inviata di RaiNews24) hanno ribadito l’importanza di dare voce alla violenza dei conflitti in corso, anche quando i rischi da affrontare sono estremi, perché: «Non vedere è come non capire». Non basta descrivere le atrocità e dare spazio al punto di vista delle vittime: occorre denunciare apertamente le responsabilità di governi e istituzioni nella perpetuazione di tali soprusi.
La testimonianza, in questi contesti, è fondamentale quanto pericolosa, sia per chi assume il compito di documentare sul campo, sia per chi espone la propria voce. Da un lato, l’inviata Fernandes descrive un’oppressione quotidiana fatta di strade sfondate, allagate, e dell’ansia per l’arrivo dei bulldozer israeliani nei campi profughi. Dall’altro, Guerrieri racconta la realtà di una clinica che, nonostante il conflitto, continua a garantire cure sanitarie, ricordando che: «Assicurare centri di aiuto stabili in contesti di guerra è una delle cose più difficili, ma anche più necessarie». I due testimoni delineano così un quadro complesso, che va costantemente interrogato per sottrarsi alla manipolazione ideologica.
Questo rischio riguarda non solo le parole, ma anche le immagini. Ambigue, strumentali, insidiose: pur avendo un potere documentale unico, possono essere manipolate per veicolare narrazioni fuorvianti e influenzare l’opinione pubblica. Sand in the eyes di Rabih Mroué affronta questo problema, smascherando i meccanismi della propaganda visiva. Analizzando le immagini ovattate e disumanizzanti dei droni statunitensi nella cosiddetta guerra al terrorismo, l’artista ci ricorda che non si tratta di quadri astratti, ma di bersagli: esseri umani, corpi in movimento. Restituendo loro umanità, Mroué denuncia il camouflage estetizzante della propaganda americana e la sua ipocrita tollerabilità. Lo fa anche mostrando fotogrammi delle decapitazioni dell’ISIS, che irrompono nello sguardo dello spettatore come una manciata di “sabbia negli occhi”. Il focus di questa conferenza non accademica è smascherare il volto nascosto della guerra mediatica e i suoi fini propagandistici. Dietro queste narrazioni distorte si celano spesso interessi economici che alimentano altri conflitti meno visibili, combattuti nelle aree più marginalizzate del mondo.
A fianco delle immagini nitide delle guerre del sud globale, esiste un’altra dimensione del conflitto, meno raccontata ma altrettanto strategica: il Grande Nord. In occasione della conferenza del 19 maggio On the map: Groenlandia e Artico Russo, il giornalista Marzio Mian e il fotografo Piergiorgio Casotti hanno discusso del caso groenlandese in dialogo con Sara Chiappori. Dalle politiche di controllo demografico imposte alla popolazione autoctona Inuit — come la sterilizzazione forzata di donne e ragazze, praticata fino a tempi recenti — al crescente interesse geopolitico per il controllo dell’Artico e delle sue risorse (nickel, terre rare, uranio), fino al boom turistico, la Groenlandia è da tempo al centro di una pressione internazionale ambigua e intensa. A questo si aggiunge l’impatto devastante del cambiamento climatico, che compromette sempre più le già difficili condizioni di vita. La cultura inuit, forgiata da secoli di resistenza in un territorio ostile, contempla l’idea che si possa morire quando la vita diventa insostenibile. Una visione che riflette una crisi identitaria e sociale profonda, testimoniata dal drammatico primato della Groenlandia: il più alto tasso di suicidi al mondo, in particolare tra i minori. A questo tema è dedicato il documentario Arctic Spleen (Casotti, 2014).
In un mondo che esplode sotto le bombe o implode sotto il peso dei consumi sfrenati, l’arte ha il dovere di interrogarsi sulle dinamiche, spesso tragiche, della contemporaneità. L’urgenza del presente diventa materia viva da cui ripartire, generando nuove narrazioni e possibilità di senso. L’attenzione particolare ai conflitti nasce dalla consapevolezza che essi rappresentano l’epilogo più drammatico delle tensioni del nostro tempo. Compito dell’arte e del giornalismo è offrire strumenti critici contro la normalizzazione della violenza, che spesso scivola nell’assuefazione. La guerra è un fenomeno sistemico, multiforme, che si annida in dimensioni ambigue. Va smascherata, osservata da nuove prospettive, affrontata senza comode distanze. Di fronte a governi che negano l’oppressione palestinese, territori svenduti al miglior offerente, ecosistemi devastati e generazioni private del futuro, artisti e artiste si assumono la responsabilità di immaginare alternative. A mani e occhi aperti, facendo i conti con un passato atroce e un presente lacerante, danno forma a nuovi orizzonti di senso. E ci ricordano che guardare, davvero, può farci sentire meno soli e meno rassegnati.