“Cosa sappiamo davvero dei flussi migratori nel Mediterraneo” è il quarto incontro del Public Program del Festival LIFE. Tareq Tamimi (ricercatore di Liminal) e Lorenzo Bagnoli (condirettore di IRPI Media) presentano i risultati delle loro ricerche, tracciando un quadro della situazione migratoria attuale nel Mediterraneo. Attraverso studi accademici e articoli d’inchiesta, si indaga una questione centrale del nostro presente, analizzando e smontando, passaggio dopo passaggio, le narrazioni diffuse da media tradizionali, social network e discorsi ufficiali.
L’incontro si apre con la presentazione di Liminal – realtà nata all’interno dell’Università di Bologna e diretta discendente della londinese Forensic Architecture – che si occupa di violenza e mobilità ai confini. Il progetto mostrato al pubblico è ancora in corso: si tratta di una ricerca che, grazie a immagini satellitari e testimonianze raccolte sul campo, porta alla luce informazioni che i canali istituzionali tendono a nascondere. Un momento centrale dell’incontro è la condivisione del tracciato satellitare di un drone che pattuglia le acque di fronte alle coste libiche, parte dell’installazione Asymmetric Visions, realizzata con Border Forensics. Questa rete di droni, una volta individuato un barcone, trasmette la posizione alle autorità europee, che intervengono per intercettare e respingere le persone in mare. Il processo, noto come pushback – termine usato anche dai testimoni intervistati – è spesso preannunciato dal rumore stesso del drone, con un impatto psicologico molto forte. Come raccontano migranti di diverse generazioni, prima dell’uso dei droni quel rumore rappresentava la speranza di essere salvati. Oggi, invece, annuncia l’inizio del respingimento.
Questo cambiamento rivela il ruolo centrale della sorveglianza tecnologica – impiegata da attori istituzionali come Frontex – all’interno di una politica europea di contenimento sistematico, spesso invisibile agli occhi del grande pubblico.
«Ma cos’è che continuiamo a non sapere?» chiede Bagnoli. E aggiunge: «Cosa dovremmo davvero sapere dei flussi migratori nel Mar Mediterraneo?»
Una risposta parziale a queste domande era già arrivata nel 2018 dal sociologo Stefano Allievi, nel suo saggio 5 cose che tutti dovremmo sapere sull’immigrazione (e una da fare), edito da Laterza. In appena cinquantuno pagine, Allievi articolava il problema in grandi domande – «perché ci muoviamo?», «perché si muovono loro?», «perché arrivano in questo modo?» – da cui sviluppava una riflessione lucida sulle cause politiche e strutturali dei flussi migratori. Persecuzioni etniche, boom demografico non accompagnato da sviluppo economico, guerre, saccheggio delle risorse: fattori di spinta che, aggravati dalle crisi economiche, hanno portato alla chiusura progressiva dei canali regolari di accesso all’Europa.
Sette anni dopo, la realtà appare ancora più grave. Sullo schermo del primo piano dello Spazio Messina scorrono tracciati e diagrammi che mostrano come gli Stati europei abbiano progressivamente ritirato le proprie frontiere dal Mediterraneo, delegandone la gestione a una rete di infrastrutture tecnologiche e milizie, spesso finanziate da accordi internazionali, con il compito di contenere con la forza le migrazioni.
A questa architettura di controllo si contrappone il lavoro di narrazione indipendente e contro-investigazione di IRPI Media, Liminal e Forensic Architecture: indagini che, grazie alla ricostruzione tridimensionale dei luoghi e delle scene, riescono a far emergere prove altrimenti inaccessibili.
Per comprendere davvero cosa accade lungo le rotte migratorie – dai respingimenti alle detenzioni arbitrarie – è necessario dare prospettiva ai fatti. Un’urgenza che attraversa anche La Zona Blu spettacolo della compagnia Kepler-452, andato in scena la sera precedente nello stesso spazio: un lavoro di teatro documentario che raccoglie appunti, immagini e testimonianze della missione sulla Sea-Watch 5, restituendo ai migranti una presenza complessa e reale, e confermando l’impegno del collettivo bolognese nel raccontare i margini dell’Europa.
«Ciò che è difficile è dare prospettiva ai fatti. Come si può fare?»
Dagli interventi di Tamimi e Bagnoli si comprende chiaramente come il ruolo del giornalista stia cambiando: se prima la testimonianza dei migranti emergeva solo attraverso forme di intervista, oggi, grazie ai social, chi vive questi viaggi può raccontare direttamente la propria esperienza, senza mediazioni. I migranti diventano così narratori della propria storia, e questa inversione di sguardo è il punto di partenza per una riflessione più ampia su quanto gli eventi che conosciamo siano parte di una strategia sistemica.
Un esempio emblematico è l’inchiesta di IRPI Media sulle desert dumps: la pratica, diffusa in Tunisia, Mauritania e Marocco, di abbandonare gruppi di migranti in zone desertiche e inospitali per impedirne l’ingresso in Europa. Grazie alle testimonianze – tra cui quella di François, che definisce sé stesso e gli altri ordure, immondizia, dando così il titolo alla serie – emerge l’ampiezza e la ripetitività di questa violenza.
Affinché le testimonianze dirette mantengano centralità, è necessario ripensare anche il linguaggio con cui le raccontiamo. Il gergo istituzionale deve lasciare spazio a parole aderenti all’esperienza vissuta. È questa l’operazione alla base del lavoro della compagnia teatrale Fieno/Di Chio: Odissea minore – Per un’educazione alla frontiera è un progetto multimediale che ripercorre la rotta balcanica. Al centro della performance ci sono le testimonianze, e particolare attenzione è riservata al lessico: un display sopra il proscenio proietta in tempo reale un “vocabolario di bordo”, invitando gli spettatori a familiarizzare con nuovi termini e significati.
Una nuova grammatica del racconto migrante deve imporsi anche nei mezzi espressivi: la cronaca deve uscire dal solo spazio dell’inchiesta o del telegiornale, e trovare voce in podcast, romanzi, film, performance. Serve una co-costruzione di narrazioni alternative: visioni disincantate e divergenti rispetto a quelle ufficiali, capaci di restituire umanità, complessità e giustizia alle vite che attraversano il mare.