Dal proscenio, un grosso orso polare accoglie il pubblico dell’Out Off in sala. L’aspettativa di vederlo ricomparire in scena rimarrà disattesa; lo ritroveremo solo alla fine, a raccogliere gli applausi. Negotiating peace della compagnia paneuropea Qendra Multimedia è il tentativo scenico di svelare cosa accade dietro le quinte dei negoziati di pace: come si “costruisce” la pace? Chi lo fa? Lo spettacolo intavola le trattative tra Unmikistan e Banovina, due stati fittizi in conflitto per contendersi le terre occupate della “Green Valley”. La drammaturgia di Jeton Neziraj getta luce sul continuo fallimento dei negoziati tra Kosovo e Serbia, Ucraina e Russia, Palestina e Israele. Nel farlo, illumina anche la realtà delle istituzioni internazionali (ONU, WTO o FMI, tribunali di giustizia internazionali, etc.), organi pensati per costruire cooperazione e stabilità, ma spesso operanti all’interno di logiche asimmetriche, influenzate dai rapporti di forza tra stati.
Un tavolo di pace è ricostruito in maniera iperrealistica sulla scena: una struttura ovale di legno chiaro costituisce l’intera scenografia. Sette personaggi attraversano la “Sala Ovale” svuotandola da subito del suo senso istituzionale: la calpestano come suolo di guerra e come pulpito per le loro prediche e per le loro poliedriche evoluzioni. Importanti presenze sulla scena sono anche tre telecamere che fungono ora da interlocutori, ora da dispositivi di sorveglianza, ora da mezzi di restituzione mediatica: le immagini che producono vengono proiettate su schermi rivolti al pubblico e riprendono la scena da diverse angolazioni, mettendo in luce le ambiguità e le ipocrisie dei personaggi, di regola doppiogiochisti e diplomaticamente abituati alla contraddizione.
La narrazione si apre su un’ambientazione distopica nella quale il Generale Amadeus dell’esercito della Banovina è alla ricerca dei resti del disperso Colonnello Z. L’ossessiva e morbosa inchiesta sui resti dell’eroe di guerra (considerato mostro in Unmikistan), riconosciuti dalla valutazione della lunghezza delle ossa, funge da espediente per impostare una riflessione sul ruolo dei morti, necessari alle guerre e considerati quasi valuta di scambio, tanto che il loro conteggio è in grado di determinare l’esito di un conflitto. Un’immagine, questa, nient’affatto iperbolica: basti pensare che, sotto i bombardamenti, per stimare l’entità dei caduti si calcola un corpo ogni settanta chili di resti umani. Amadeus, sconfitto, trova conforto nell’imminente negoziato di pace: del resto, non si tratta d’altro che di un prosieguo del conflitto. Nessuno ha davvero perso la guerra fino a che non c’è anche la sua firma sul documento a stabilirlo. E dunque, i negoziati di pace sono effettivamente una specie di ri(s)catto, di ultima parola. Ha inizio così una sfilata di sorrisi falsi e pose vuote tra i partecipanti alle trattative: arrivano, si stringono la mano, annuiscono decisi, sorridono alle telecamere, posano, ricominciano. Tutto nel meticoloso rispetto di un insensato protocollo.
L’intento provocatorio e parodistico è fin troppo dichiarato. Una manica di personaggi caricaturali e grotteschi e un numero imponente di props (sovr-)affollano il Grand Hotel nel quale sono ambientate le trattative. Con le loro personalità egotiche e individualiste, si presentano, si contraddicono, smontano e smascherano i retroscena dei negoziati. Da un lato, i rappresentanti di Unmikistan e Banovina si alternano tra gaffes causate dal non aver letto i protocolli sottoscritti e mezzucci per orientare la discussione; dall’altro il contraddittorio emissario dell’ONU, ovviamente americano, incaricato di mediare la pace, basa gli esiti dei negoziati sulle condizioni metereologiche. L’attivista Maria Bondanenko, rappresentante della società civile, sfoggia magliette “Save the planet”, salta sui tavoli, parla nei megafoni, si butta a terra, mentre il generale Amadeus porta avanti il suo sogno di una biopic hollywoodiana che glorifichi le proprie gesta. A fare da cornice a tutto questo è il personale tragicomico dell’albergo, tra cui spicca l’interpretazione sobria e intensa di Melihate Qena nei panni della vecchia cameriera. Proprio con lei, sulle tragiche note della testimonianza del suo stupro e del conseguente assasinio del famigerato Colonnello Z, si conclude la lunga serie di gag comiche e misteri frammentati e sconnessi tra loro. Restano vive nella memoria una scena in cui le bandiere bianche (simbolo universale di pace) vengono desacralizzate e usate come falli per urinare e un’efficace coreografia in cui a danzare sono le sette paia forbici con cui i leader tagliuzzano mappe e confini, restituendo al pubblico un’immagine realistica di azioni colonialiste. Nonostante il codice canzonatorio dello spettacolo sia chiaro fin dall’inizio, alcuni sketch appaiono ingiustificati e incoerenti rispetto alla sequenziale e – talvolta pedissequa – scansione degli episodi e delle fasi delle trattative (pensiamo, tra le altre, alla scena di sadomaso con tanto di costumi in pelle, maschere di pizzo nero e accessori vari).
L’intervento di Angelo Miotto, direttore di Q Code Magazine, interrompe e risolleva la scena. Partendo dal suo personale contatto con le guerre, il giornalista ci parla servendosi di immagini vive e crude: i luoghi di conflitto odorano “di sangue e di merda”. Discute poi della sua professione, di come sia mutata nel tempo e a quali nuove sfide stia andando incontro. Per quanto apprezzabile l’idea di lasciare il palco a un ospite di replica in replica diverso, l’interruzione forzata dello spettacolo annunciata all’altoparlante (con tanto di artisti espressamente invitati a cedere il loro posto sul palcoscenico), la fa risultare un cammeo sconnesso, in netta soluzione di continuità con lo spettacolo, che riprende come se nulla fosse accaduto a conclusione dell’intervento, generando nel pubblico un (ulteriore) senso di straniamento. Di nuovo, il primo a comparire sulla scena è il Generale Amadeus, ma questa volta si trova davanti al Tribunale Internazionale dell’Aia, in mutande. Paga il fio per i suoi crimini di guerra: l’aver sgozzato un agnello davanti agli occhi di sua madre (che sia una metafora cristologica?). L’ambientazione nuovamente distopica ci riporta sì a un finale a Ringkoposition, ma disorientante e irrisolto, ricco di elementi sconnessi e suggestioni variegate, da cui risulta difficile trarre una morale.
“Negotiating peace” è uno spettacolo che si fa beffa dei trattati internazionali, delle agende dell’ONU, delle corti di giustizia, dei caschi blu; ma si prende anche gioco dei media e della retorica implicata in tali narrazioni. Fa coro a chi sostiene che il diritto internazionale non è che una forma vuota e che i paesi non guardano che ai propri interessi. Tuttavia, non è uno spettacolo improntato al realismo politico: mostra piuttosto il gioco della politica internazionale con uno stile grottesco, ibrido, surreale. Da spettatrici, la domanda sorge spontanea: cosa stiamo guardando? Questo spettacolo ci sposta da noi stesse: ci stanca, ci fa sorridere, ci esaspera. Riconosciamo la pietosa messinscena dentro la quale viviamo: la quotidianità del nostro mondo capitalista, iper-connesso, esacerbato. “There is no peace without an apology”: a chi dobbiamo la nostra?