OUT OF THE MAP, proteste in Serbia e Jugosfera conclude gli eventi del Public Program del Festival LIFE. In continuità con l’appuntamento del 19 maggio (ON THE MAP: Groenlandia e Artico russo), questo incontro racconta l’area balcanica attraverso le sue contraddizioni ed evidenzia come questa zona resti costantemente fuori dalle nostre mappe politiche, culturali e mediatiche.
In questo contesto storico così complesso e drammatico, il racconto giornalistico ha avuto – e continua ad avere – un ruolo fondamentale nel dare forma alla memoria dei conflitti e nell’elaborare ciò che è accaduto. Due giornalisti di diverse generazioni, Gigi Riva (giornalista, romanziere e sceneggiatore italiano) e Marina Lalovic (giornalista, membro della redazione di Rainews24) dialogano con Sara Chiappori e Graziano Graziani per indagare il significato profondo degli eventi che hanno segnato la Jugosfera – termine che oggi definisce non solo un’area geografica, ma anche un’eredità culturale, politica e umana condivisa tra i cittadini degli ex Stati Jugoslavi.
Con lo scoppio delle guerre jugoslave – tra il 1991 e il 2001 – i Balcani finirono al centro della narrazione mediatica europea. Fu la prima guerra sul suolo del Vecchio Continente dalla fine del secondo conflitto mondiale e, allo stesso tempo, l’ultima guerra a essere raccontata senza il filtro dei social media: l’unico modo per informarsi era seguire le radio – soprattutto quelle indipendenti – e la televisione. Tuttavia, come afferma Gigi Riva, «l’attenzione è stata minore di quella che gli eventi avrebbero meritato», ricordando come, in quegli stessi anni, l’implosione dell’Urss avesse ottenuto un riscontro mediatico decisamente maggiore, oscurando quasi completamente la parallela implosione della (ex) Jugoslavia.
In uno scenario così complesso, anche il lavoro degli inviati di guerra ne ha risentito: definita come una guerra tra “cattivi” e “pessimi”, un conflitto marginale, di cui in fondo non ci si doveva curare troppo, non riusciva a “fare notizia”, anche perché gli inviati di prima linea erano impegnati altrove, nel Golfo. Una guerra considerata minore, nella convinzione che i suoi effetti geopolitici non avrebbero inciso sui destini globali.
Come di minor rilevanza sono considerate le realtà dell’America centrale, a cui lo spettacolo Centroamérica del collettivo messicano Lagartijas Tiradas al Sol ha cercato di dare voce, mostrando quanto potere possa avere una narrazione mediatica nel legittimare anche solo l’esistenza di un luogo. «Una frattura geopolitica che diventa frattura di mondi» afferma ancora Riva, una frattura che ha trasformato uno Stato multiculturale in una terra devastata dall’identità religiosa, che ha alzato più barriere di quante ne abbia abbattute.
Una frattura che, nel caso jugoslavo, ha prodotto identità artificiali, spesso costruite dalle leadership del tempo per legittimare il proprio potere attraverso un nazionalismo aggressivo, che ha portato alla chiusura progressiva delle identità singole, per crearne una collettiva fasulla, basata su un passato inesistente. È ciò che Zygmunt Bauman chiamava “retrotopia”: il rifugio in un passato, reale o immaginato, quando il futuro non offre più certezze.
La globalizzazione, da questo punto di vista, ha contribuito enormemente ad annacquare identità già fragili. E, come sempre accade nella storia, alla spinta centrifuga dell’omologazione ha fatto seguito una controspinta: il ritorno a una chiusura in se stessi. Emblematica, in questo senso, la data del 9 novembre 1993: giorno in cui un artigliere croato fece crollare il Ponte di Mostar, perché simbolo dell’Islam ottomano in terra cattolica. Una sorta di “11 settembre europeo”, una data che segna, anche simbolicamente, lo scontro di civiltà nel cuore dell’Europa.
Oggi, a distanza di trent’anni, le proteste studentesche in Serbia contro la corruzione, la mancanza dello stato di diritto e il controllo politico delle istituzioni subiscono lo stesso trattamento: il silenzio. Gli stessi studenti sono arrivati a Strasburgo in bicicletta per farsi ascoltare dai vertici dell’Unione Europea, ma anche questa azione non ha ottenuto i risultati sperati. In un tempo in cui ogni notizia può potenzialmente fare il giro del mondo in pochi secondi, queste voci scompaiono nell’ombra.
«Finalmente c’è un medium straniero che ci ascolta!» è la frase pronunciata dagli studenti impegnati nella protesta a Marina Lalovic, inviata sul posto dalla Rai. Una nuova generazione critica e consapevole – figlia del trauma delle guerre del passato – che così rivendica il diritto di vivere nel proprio Paese. Una richiesta di riconoscimento, in un contesto in cui parlare di identità – che si incontrano, si mescolano e spesso si scontrano – può ancora essere pericoloso.
Foresto, di Babilonia Teatri, riprende la medesima narrazione: un dialogo impossibile tra due identità apparentemente differenti che condividono lo stesso palco, due linguaggi che fanno emergere le maggiori contraddizioni del genere umano. Passando dal riconoscimento di ciò che ci è straniero alla proclamazione di un nuovo manifesto politico, Foresto si erge a nuova bandiera dell’emarginazione sconfitta e della totale accettazione di sé e degli altri. Così Babilonia Teatri porta in scena la complessità dell’umano oggi, costringendo il pubblico ad accettarla e a costruire insieme alle nuove generazioni un futuro diverso – o meglio, un futuro foresto.
Ed è qui che il ruolo dell’informazione diventa centrale: i canali ufficiali devono essere mediatori affidabili nei momenti più complessi della nostra storia. Questo è il compito di cui soprattutto l’inviato deve farsi carico: raccontare le zone grigie, attraversare i confini, non per anteporre la propria voce, ma per far emergere quelle che altrimenti resterebbero inascoltate.
Oggi non è semplice distinguere tra notizie vere e false, ma anche il lettore ha una responsabilità. «Noi scriviamo, ma chi legge?» è l’ultima provocazione che Gigi Riva lancia al pubblico nello spazio di ZONA K. Perché se è vero che ormai un lettore deve districarsi in una moltitudine di informazioni, è anche vero che è sempre più impaziente.
E se la prima vittima della guerra è la verità, allora per continuare a cercarla è necessario che i media tradizionali rimangano fedeli alle loro radici. Ciò che Marina Lalovic augura al giornalismo è, in fondo, un ritorno alla slow news: una controtendenza all’eccessiva velocità dei social, che può – forse – riaprire un dialogo autentico con il pubblico e con la sua storia.