Theatre Arts Media Festival
GRANDANGOLO
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Europa allo specchio. Teatro, giornalismo e l’illusione della democrazia

Nel cuore dell’Europa, la democrazia sembra un meccanismo consolidato, un ordine che si rinnova a ogni elezione, un principio che regola la convivenza civile. Eppure, mai come oggi, questo meccanismo appare fragile, una vuota procedura minacciata nella sua sostanza da più fronti. Analisti, saggisti, esperti da ogni parte tentano di trovare le cause dell’emergenza, mentre alcuni dei guardiani tradizionali – i “watchdog” – della democrazia sono in crisi. Il giornalismo, osteggiato dai potenti e marginalizzato dalla rapidità con cui la disinformazione si diffonde oggi, perde di credibilità. A risentirne, la qualità dello spazio pubblico di opinione, e quindi la democrazia, che si fonda proprio sul meccanismo habermasiano della conversazione. Forse è per questo che l’arte mette, ancora una volta, il proprio spazio condiviso a disposizione della riflessione politica, per consentire all’arena pubblica della conversazione di formarsi di nuovo. In questo luogo protetto i ruoli si scambiano, i confini tra le competenze – di artisti, cittadini, giornalisti, spettatori – si fanno più sfumati, alla verità dei fatti è applicata la maschera di una finzione narrativa che, anche nelle sue proposte più distopiche, è incredibilmente realistica. Le arti performative, infatti, non riflettono semplicemente la realtà, ma la deformano, la enfatizzano per mettere in scena ciò che il discorso pubblico tende a rimuovere. Se i crudi fatti diventano notiziabili secondo precisi criteri di selezione, molti dei quali dipendono dalla potenza mediatica di questi, lo sguardo delle arti performative disvela la mediazione innanzitutto di un’interpretazione soggettiva, che sul reale costruisce un apparato di senso capace di accompagnare lo spettatore in una comprensione più intima e personale. La scena ha possibilità evocative infinite e permette a chi osserva di confrontarsi in modo più profondo con il reale, avviando una lettura che parte dal sé e lo pone in relazione con ciò che lo circonda per mezzo di una sensibilità nuova e amplificata. In questo senso, l’empatia non è solo un meccanismo drammaturgico, ma uno strumento politico: lo spettatore, attraverso il coinvolgimento personale, abbandona gli abiti del fruitore passivo e acquisisce una vera e propria agency. Questo accade in maniera estremamente esplicita in Fight Night, della compagnia belga Ontroerend Goed, che mette in scena il meccanismo del voto democratico, presentato come vero e proprio rito a cui il pubblico è chiamato a partecipare: gli spettatori eleggono il proprio preferito, eliminano i “candidati” uno per uno, in un gioco che mette in luce le storture dell’intero sistema elettorale democratico. Nella finzione scenica emergono gli stessi meccanismi di manipolazione, seduzione e senso di colpa che orientano il voto nella realtà. L’illusione del controllo si infrange contro la constatazione che, anche – o forse a maggior ragione – in un contesto simulato, la maggioranza può essere diretta, suggestionata, pilotata. Il teatro qui ci permette di avere uno sguardo esterno su noi stessi: come votiamo? Per chi votiamo? Ci rendiamo davvero conto del valore della libertà di cui godiamo in una democrazia? Quello che emerge dalle inchieste sugli estremismi dei populismi politici rivela crudamente che il voto oggi è più volatile che mai. Non si vota per appartenenza ideologica, né avendo ponderato e misurato promesse elettorali e manifesti: si vota sull’onda degli interessi relativi e della promessa percepita di sicurezza, abbondanza, riscatto. Il sentimento della rabbia, che più degli altri sembra orientare il voto, è generato dalla ricerca di un riconoscimento, dal desiderio di essere visti nei propri bisogni. Il voto non è un atto eclatante come una manifestazione, ma si rivolge sempre al(la) leader che, con abile ars oratoria, garantisce che quell’elettore esiste, così come le sue istanze e le sue richieste. E le rassicurazioni di un leader possono essere molto potenti. Così come le sue accuse, nel vecchio adagio sociologico che porta i gruppi a consolidarsi contro il nemico comune. I populismi contemporanei sono un eccellente esempio di stile comunicativo che soddisfa quella richiesta di riconoscimento: disintermediando la comunicazione, appellandosi direttamente all’elettore, il/la leader crea l’illusione di vicinanza, gioca con l’empatia. Allo stesso tempo, i populismi si fondano su una dicotomia, ambigua e modulabile, tra “noi” e “loro”, soggetti che mutano al variare degli interessi. E così, il pericolo del “loro” si può creare a tavolino. Un problema inesistente può essere narrato, quindi creato, come la più catastrofica delle emergenze. Come dimostrato dall’inchiesta di Jean Peters del collettivo giornalistico Correctiv, gruppi ristretti di persone con importanti risorse, mediatiche e non solo, a disposizione, possono generare il nemico, architettando piani di “remigrazione” preoccupanti per i toni bellici che lasciano insinuare nel meccanismo democratico. E qui, di nuovo, la democrazia se è solo procedurale è nulla. È una scena vuota. Il giornalista-attore qui svolge un doppio ruolo essenziale: racconta il metodo del giornalismo, restituendo onore e credibilità alla professione, e contemporaneamente ne amplifica la percezione grazie al meccanismo scenico, quello che sulla verità innesta lo stesso sentimento su cui si gioca la comunicazione galvanizzante delle forze politiche estremiste. L’investigazione giornalistica, privata di eco mediatica e di impatto politico, trova nel dispositivo teatrale il suo completamento. Nel mondo reale, intanto, Peters è perseguitato, minacciato e portato in tribunale. La democrazia, ancora una volta, mostra il suo volto più paradossale: quello che tollera le opinioni antidemocratiche ma punisce chi le smaschera troppo efficacemente. Alla base di entrambi questi linguaggi – teatro e giornalismo investigativo – ritorna dunque l’empatia. Un’empatia attiva, problematica, spesso ambigua. Serve a capire, ad avvicinare, ma anche a confondere. È un passaggio obbligato per avvicinarsi a ciò che si vuole raccontare, quando si tratta di persone, da un lato per evitare di renderne solo tratti stereotipati, dall’altro usata come strumento per guadagnarsi la fiducia di un interlocutore che sa di non doverla concedere. «Anche un nazista ha un lato vulnerabile. Sta a noi decidere cosa farne» viene affermato durante una delle conferenze del festival, una frase che colpisce proprio per la necessità di un’assunzione di responsabilità da parte di chi fa informazione. Il rischio, dall’altra parte, è quello di “capire troppo”, di immedesimarsi al punto da giustificare, da relativizzare. C’è il rischio di perdere l’orientamento. Everything Must Go è uno spettacolo ispirato dalle vicende dei taccheggiatori dei supermercati, figure al margine della legalità, che vengono poste al centro di un discorso che oscilla pericolosamente tra attivismo e autocommiserazione. Qui il capogiro di senso è quasi violento. La performer pronuncia un manifesto etico che sembra avvicinare i ladri a una forma di resistenza al capitalismo. Ma poi viene risucchiata da tentazioni autoconsolatorie, dal “sushi come self-care”, e quei gusti costosi attraggono lo spettatore, incoraggiato a superare il tabù del desiderio di potere e opulenza, costretto a un’indolente simpatia verso figure che, forse – prima di questo incontro – si accingeva a deprecare moralmente. Ma poi, inevitabilmente, necessita di relazionarsi in maniera più profondamente critica con quelle posizioni, senza ridurre il tutto a una sterile contrapposizione polarizzata. È qui che il teatro mostra tutta la sua forza: non indica soluzioni, ma ci costringe a prendere posizione, una posizione che non necessariamente si colloca all’interno di una polarità, ma che nella scala di grigi ci permette di cogliere le molteplici sfaccettature di una situazione. E questo è il senso ultimo della democrazia come bilanciamento, compromesso, come sistema di pesi e contrappesi, come limite, come costellazione dinamica in cui le contraddizioni non devono per forza risolversi, ma certamente convivere. Anche noi, come i personaggi in scena, viviamo in bilico tra i principi e i desideri. In controluce, si staglia l’Europa. Un continente che si dice democratico, ma che fatica a reggere lo sguardo su se stesso. E noi spettatori – cittadinanza attiva? – siamo parte di un gioco che ci invita a capire, ma anche a giudicare. Possiamo scrollarci di dosso il peso delle scelte, oppure possiamo cominciare a vedere il voto, l’informazione, il consumo come atti politici. Possiamo decidere che l’empatia, prima di essere una strategia narrativa, è una nostra responsabilità civile. In un’epoca in cui “everything must go”, dove tutto si vende, tutto si dice, tutto si smonta, forse la democrazia può sopravvivere solo se impariamo a riconoscerci – davvero – negli altri.

Chiara Emma, Francesca Redaelli, Ludovica Taurisano

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