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Nel corso della lettura la nave diventerà per i suoi ospiti un «luogo radicale»; di scelta tra la sopravvivenza di molti e la morte di pochi ormai impossibili da salvare, ma anche delle origini e al contempo di nuove prospettive. Un punto esatto nel tempo e nello spazio dove la possibilità di coesistenza culturale passo passo si concretizza e si fa sempre più urgente, suscitando qui a terra tra le prime file una forte commozione.

Una consistente quantità di occhi, nasi e gambe attende allineata di salire al primo piano dello Spazio Messina. La sala, illuminata da grandi finestre trasparenti su entrambi i lati che ricordano ampie cabine di babordo e tribordo, è oramai quasi piena e tutte le sedute vengono rapidamente occupate. Sul palco un leggio, all’estremità opposta un contrabbasso è appoggiato a terra e un largo telo da proiezione circoscrive la scena. Nicola Borghesi attraversa l’impalcatura e si colloca di fronte al microfono: nel luglio 2024 lui ed Enrico Baraldi della compagnia Kepler-452 hanno trascorso circa un mese nel Mediterraneo centrale a bordo della Sea-Watch 5, insieme all’equipaggio dell’omonima ONG tedesca. Durante tutto il periodo della missione di soccorso, Nicola, imbarcatosi al Dry Dock di Messina come giornalista, ha tenuto una rubrica (intitolata, appunto, La Zona Blu) su Il Fatto Quotidiano, mentre Enrico documentava le giornate con la sua telecamera. A partire da questi documenti la compagnia allestirà lo spettacolo A place of safety (2025), attenta elaborazione dell’esperienza fatta sulla rotta migratoria e il più recente di una serie di lavori in cui la dimensione del confine diviene lente di osservazione per il presente. La Zona Blu che va in scena alla Fabbrica del Vapore in occasione del festival LIFE, spiegano, è invece la restituzione primaria di quella stessa pratica di teatro documentale e civile: un flusso di coscienza per testo e immagini della traversata umanitaria ai confini sud occidentali dell’Europa.

 

«Allora ecco com’è andata»: il racconto del viaggio è scandito dalle parole spedite e stupite del regista bolognese; il telo assume diverse sfumature di colore e proietta i video e le fotografie guidando lo sguardo dello spettatore negli spazi prima dell’imbarcazione e poi dell’area acquatica dei salvataggi, fino a rivelare i lineamenti dei protagonisti dell’avventura. La contrabbassista solleva lo strumento e ne pizzica le corde con le dita della mano, il suono grave delle note echeggia fino agli angoli della stanza e segue il tempo della narrazione. Dopo i primi giorni di ascetico assestamento e formazione – l’incontro con la ciurma e le esercitazioni pratiche, l’atmosfera da casa di ringhiera, le paure e al contempo l’euforia per l’impresa che si stava per compiere – finalmente la Sea-Watch lascia il porto e si dirige verso lo scenario del Mar Mediterraneo, alla ricerca e in attesa degli esuli di questo come ogni tempo. Nel corso della lettura la nave diventerà per i suoi ospiti un «luogo radicale»; di scelta tra la sopravvivenza di molti e la morte di chi è ormai impossibile salvare, ma anche delle origini e delle nuove prospettive. Un punto esatto nel tempo e nello spazio dove la possibilità di coesistenza culturale passo passo si concretizza e si fa sempre più urgente, suscitando qui a terra, tra le prime file, una forte commozione.

La voce di Borghesi procede con un tono concitato, a tratti turbato, a tratti ironico. Il pubblico si riconosce con naturalezza nella postura da persona qualunque che lui sceglie di assumere, esponendo senza filtri preconcetti e smascherandoli, quasi anticipando i pensieri di chi ascolta un tema così troppo complesso come quello delle migrazioni.

Il racconto prosegue: al sedicesimo giorno di missione, i volontari mettono in salvo due imbarcazioni e il bilancio appare complessivamente positivo. Nessuna delle persone tratte in salvo viene confinata nella “zona blu” – lo spazio riservato a chi, ormai irrecuperabile, sarebbe destinato a morire. Un nome crudele, se si pensa che con la stessa espressione si indicano quelle aree del pianeta in cui si vive più a lungo e meglio.

Centocinquantasei persone vengono infine tratte in salvo: hanno superato il rischio del naufragio e sono sfuggite alla violenza della cosiddetta Guardia Costiera Libica. Quest’ultima è un’istituzione artificiale, finanziata con fondi europei per contrastare il traffico di esseri umani, ma nei fatti pattuglia il Mediterraneo armata di mitragliatori, a bordo di «splendide motovedette velocissime, graziosamente donate dal nostro Paese». In questa occasione, però, non interviene: resta a distanza e osserva le operazioni di soccorso con un silenzio che suona tanto più inquietante quanto più appare indecifrabile.

Le poche settimane trascorse iniziano a somigliare ad anni e anche la realtà di Nicola ed Enrico velocemente si rinnova. Un pomeriggio viene allestita sul ponte una piccola festa per scaricare la tensione delle ore che dividono la costa libica a quella italiana, e le pagine del diario si riempiono degli spontanei racconti dei migranti. Storie di viaggio e di fuga ai confini del Nordafrica, episodi di una estraneità e al contempo vicinanza indecifrabili che matureranno solo in un secondo momento in un’analisi del contemporaneo caleidoscopica. Arrivati sulla banchina del nuovo continente la registrazione sistematica e dissonante di volti e informazioni costituisce le procedure di sbarco. I passeggeri aspettano il proprio turno sotto il sole fantasticando su una nuova esistenza, mentre gli altoparlanti della Sea-Watch suonano alcune delle loro canzoni preferite (le avevano scelte in occasione della festa).

Alla fine della navigazione la sola idea tangibile rimasta è un immenso elogio alla vita, – come scrive Hisham Matar nel saggio introduttivo all’opera di Joseph Conrad Amy Foster (Einaudi, 2022), – «all’incertezza della vasta inconoscibilità dell’anima umana privata dei suoi ormeggi».

 

di Kepler-452, scritto e interpretato da Nicola Borghesi, video Enrico Baraldi, in collaborazione con Sea-Watch

Alessia Vitalone

WHAT’S YOUR LENS?

Questa è in realtà una delle poche domande a cui sappiamo rispondere. Per farlo, però, iniziamo dal principio: era il 2015, lavoravamo insieme da un po’ di tempo e dieci anni fa abbiamo deciso di fondare una compagnia teatrale, cui però dovevamo dare un nome. Una nostra amica scenografa, Letizia, ci racconta una storia che aveva letto sul giornale: proprio in quell’anno, un gruppo di scienziati ha costruito il telescopio più potente mai realizzato nella storia dell’uomo; il Kepler. Con questo sono riusciti a trovare un gruppo di pianeti e stelle molto lontano da noi, mai scoperti prima, e li hanno catalogati a partire dal numero uno. Il numero 452 β è considerato il pianeta più simile alla Terra, su cui si ipotizza che possa esserci vita simile alla nostra, o dove sarebbe possibile per noi vivere; tuttavia è troppo lontano da raggiungere…

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