Il disastro di Chernobyl fu probabilmente la vera causa del collasso dell’URSS, dichiarò una volta Gorbačëv. L’esplosione del reattore quattro del 26 aprile 1986 aprì una voragine nel cuore dell’Unione che insieme a una gigantesca torre di bugie burocraticamente generate risucchiò uno dei più grandi imperi della storia. Il sarcofago di cemento che ricoprì l’impianto, sancì così la tumulazione di un’epoca e l’inizio di una nuova. Al vettore che puntava nelle profondità della terra e della storia, però se ne contrappose uno uguale e contrario, rivolto verso il cielo. Una torre diversa, fatta di fumo, sprigionata dall’esplosione e dall’incendio del nocciolo che avrebbe per giorni continuato a sollevarsi dalla centrale sul fiume Dnepr. Sopra le teste dei liquidatori – così venivano chiamate le centinaia di migliaia di persone incaricate di liberare il reattore dalle macerie radioattive, prima di saldarlo per sempre – la nube tossica avrebbe esteso il suo potenziale orizzontale e terrorizzato l’intera Europa.
La multivettorialità è anche la cifra stilistica del lavoro di Arkadi Zaides. The Cloud è allestito in uno spazio chiuso su due lati dalle sedie degli spettatori e slanciato verso l’infinito da immensi teloni appesi sugli altri due. Teli bianchi e disorientanti, avvolgenti e spaesanti: come quando camminando in montagna d’un tratto ci si trova dentro una nuvola. Si sa dove si è, ma non si capisce dove si va, né da dove si è arrivati. Allora l’artista si fa guida: siede al centro del palco, sistema l’asta col microfono davanti a sé, raccoglie un tablet da terra e inizia a leggere. Legge una storia: la storia della sua infanzia in un paesino nei pressi di Chernobyl, delle difficili condizioni di vita e delle sue relazioni con i diversi mondi che lo attraversano, ebraico, bielorusso e ucraino. Ma che è anche la Storia del suo Paese e del disastro nucleare, di quelli che, come lui, sono partiti e di coloro che invece sono rimasti. Una dopo l’altra, le sue parole vengono proiettate sui teli alle sue spalle, che lentamente si riempiono della trascrizione del suo dettato. Nessuna gerarchia, semplicemente una lettera accanto all’altra come molecole d’acqua all’interno di una nuvola.
Mentre parla, le immagini della sua infanzia subentrano a occupare l’oscurità dello schermo, proiettate dai due informatici dietro la scrivania. Roger Sala Reyner e Axel Chemla-Romeu-Santos assemblano artificialmente la nube di racconti. Trascinano e aprono, collegano e smontano, costruiscono una rete di testi e di immagini: organizzano informaticamente la struttura del cloud di informazioni fornite da Arkadi. Sulla base dei loro input, l’intelligenza artificiale genera raffigurazioni astratte del disastro e ritratti dai volti sfocati. Una coreografia in codice binario in cui l’ammasso di parole e foto si moltiplica, si riproduce e si autoalimenta. Il cloud diventa agitato, minaccioso, sempre più astratto e dinamico. Eppure, neanche una nuvola digitale può sottrarsi alle leggi meteorologiche: le masse di testo si scontrano e la voce di Arkadi rimbomba come un tuono, sempre più forte, mentre i bug saettano attraverso lo schermo. Poco alla volta, le immagini e le parole si fanno impercettibili e lo sforzo di documentare ciò che la tragedia di Chernobyl è stata per lui e per il mondo sembra destinato a scaricarsi come un temporale estivo. Sullo schermo appare la scritta “Waiting answer”: come l’IA è in attesa per la generazione della prossima immagine, allo stesso modo, anche lo spettatore attende, impossibilitato a orientarsi nell’immenso turbine di dati. Ecco che un appiglio si manifesta, autentico e concreto: una tuta e una maschera, identiche a quelle di Chernobyl e si spera mai usate, ironizza Arkadi. L’artista circoscrive il perimetro del quadrato in cui si muove con il cavo del microfono, che da questo momento non userà più, come a dire che le parole hanno un limite e che devono lasciare spazio al corpo. Solo la carne viva e ferita, che un tempo animò le tute dei liquidatori, può oggi ridare vita a quel reperto. La tuta diventa riparo dalla pioggia di dati del cloud e strumento di un nuovo modo di documentare, di farsi documento di un passato altrimenti inafferrabile.
Come allo scadere dei turni da novanta secondi, anche Arkadi cede il posto sul tetto della centrale al suo alter-ego Micha Demoustier. Nel frattempo, le fotografie e le immagini generate dall’intelligenza artificiale si dissolvono e si corrodono. Le radiazioni, ci aveva spiegato Arkadi, hanno il potere (come la luce) di modificare la natura delle foto, di snaturarne i volti e comprometterne le forme. Micha indossa la tuta protettiva, eppure, nel suo tentativo di riprodurre i gesti dei liquidatori, anche lui sembra far fronte allo stesso processo di disfacimento fisico che colpisce il materiale audiovisivo alle sue spalle. Durante la sua coreografia, il tempo che scorre sugli schermi è sinonimo di dissoluzione: ogni secondo passato sul tetto a spostare qualche grammo di macerie equivale ad anni di vita perduti. Il corpo del performer-liquidatore è ora prigioniero della tuta e il suo tentativo di fuga dà origine a forme mostruose, accartocciate, disumane, che scivolano per lo spazio in cerca di una via d’uscita che non trovano. La tuta è una trappola: come per chi indossò la sua inefficacia – un minuto e mezzo alla volta – in cambio di 800 rubli e qualche misera medaglia, così per il performer che la veste oggi sulla scena. È la metafora dell’uomo, che nel tentativo di incarnare il documento storico, va incontro alla medesima inevitabile erosione. Cosa può fare l’arte di fronte all’irreversibile disfacimento fisico del reperto e del ricordo? Trasportarlo in nuovi spazi e forme, o farsi essa stessa processo dissolutivo? Mettendosi letteralmente nei panni dei liquidatori, Zaides sceglie di fare del corpo dell’artista un documento per ripercorrere a ritroso la strada che dalla nuvola porta alla voragine.