Mentre le redazioni si assottigliano e i media tradizionali inseguono l’algoritmo per rimanere a galla, il giornalismo d’inchiesta – quello vero, fatto di scarponi infangati, voci raccolte nel rumore delle guerre e sguardi che non si voltano – continua a tenere aperta una finestra sul mondo. E ci ricorda che c’è ancora chi fa informazione: documentando, ascoltando, denunciando.
Lo dimostrano tre lavori recenti di grande impatto – Syria: Addicted to Captagon, Lebanon: The Heist of the Century e Under Poisoned Skies – presentati all’interno del festival LIFE e discussi durante l’incontro Tre documentari sull’oggi e sul giornalismo che ci serve per capirlo, parte del Public Program. In dialogo con Angelo Miotto, fondatore e direttore di Q Code Mag, la giornalista e documentarista Laura Silvia Battaglia condivide la sua esperienza sul campo: da Gaza alla Siria, dall’Arabia Saudita all’Iraq, evidenziando le lacune dell’informazione italiana e la tendenza a ridurre il Medio Oriente a un’entità indistinta, priva di specificità storiche e culturali.
Ognuna di queste inchieste non si limita a informare: sfida il potere, dà voce ai dimenticati, e soprattutto fa ciò che i media generalisti sempre meno riescono a fare – approfondisce, rischia. «Il giornalismo non si fa da una scrivania. Serve presenza, ascolto, sguardo diretto. Serve la capacità di entrare nella complessità senza accontentarsi della prima versione», afferma Battaglia.
Tutti e tre i documentari, finalisti al DIG Festival – evento di riferimento per il giornalismo investigativo internazionale – raccontano realtà diverse ma interconnesse. In Syria: Addicted to Captagon ci si addentra nei laboratori clandestini, nelle prigioni e nei porti libanesi da cui partiva il traffico della droga sintetica su cui si reggeva parte dell’economia del regime di Assad. Mentre la Siria è vittima di un collasso indotto, Lebanon: The Heist of the Century racconta un collasso interno: quello di un sistema politico-finanziario che ha sottratto ai cittadini risparmi, acqua, elettricità. La narrazione parte dai numeri, ma arriva ai volti: quelli dei piccoli risparmiatori, degli attivisti, dei giornalisti minacciati. «Qui il giornalismo non è solo denuncia, ma anche atto di memoria. I documentari diventano luoghi di resistenza contro l’oblio», osserva Battaglia. Mostrare, raccontare, spiegare: se fatto con rigore e profondità, può ancora cambiare qualcosa. Come accadde durante la guerra del Vietnam, quando le immagini televisive dei corpi straziati cambiarono la percezione dell’opinione pubblica statunitense e influirono sulle decisioni del governo.
Il terzo documentario, Under Poisoned Skies, ci porta in Iraq, nei pressi delle raffinerie petrolifere di aziende europee, dove l’inquinamento non è un concetto astratto: l’aria che si respira uccide. Le torce industriali bruciano gas tossici 24 ore su 24, a pochi metri dai villaggi. I bambini nascono malati, gli adulti raramente superano i cinquant’anni. Il documentario raccoglie le voci di chi vive – e muore – in questi luoghi, mostrando la complicità delle multinazionali e l’indifferenza dei governi. È dai margini del mondo che il giornalismo d’inchiesta deve partire. Dalle periferie ignorate. «Dare voce a chi non ce l’ha», ribadisce Battaglia, «è la nostra responsabilità primaria». E farlo con strumenti nuovi – podcast, fumetti, performance – è forse la chiave per parlare anche alle giovani generazioni.
In tempi in cui molti dichiarano morto il giornalismo, DIG ci ricorda che esistono ancora modelli alternativi, sostenibili, etici. Modelli che rifiutano la logica del click in favore di una logica della responsabilità. Giornalisti «non impiegati», assunti per “fabbricare” notizie, come dice ironicamente Battaglia, ma «artigiani della verità».
Tutto ruota attorno alla possibilità, o meno, di raccontare luoghi in cui l’accesso ai giornalisti è vietato: come in Iraq, dove Jess Kelly ha dovuto lavorare sotto copertura, o a Gaza, dove la popolazione documenta il proprio destino via social. In quei luoghi raccontare significa rischiare la vita: è il caso degli allievi del Master in Giornalismo – tenuto dalla stessa Battaglia in Palestina – di cui si sono perse le tracce o i cui corpi sono stati in seguito ritrovati, dopo essere stati presi come bersaglio per ciò che hanno documentato. Anche ciò che è accaduto a Francesca Albanese è altrettanto eclatante: la relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, è stata sanzionata per aver descritto la realtà. Ecco perché, oggi più che mai, il giornalismo d’inchiesta non può essere neutrale. Né passivo. Deve scegliere da che parte stare. Perché, come scriveva Gramsci, «la verità è sempre rivoluzionaria».