Kuwait, agosto 1990: l’Iraq di Saddam Hussein prende il controllo di una delle aree geologiche petrolifere più ricche al mondo. Durante i primi mesi del 1991 una coalizione di paesi occidentali e arabi guidati da ONU e Stati Uniti costringe l’esercito a ritirarsi in diretta mondiale. La Guerra del Golfo (questo primo conflitto e la sua ripresa dal 2003 al 2011) determinerà una profonda instabilità sociale e politica dell’area mesopotamica visibile ancora oggi, lasciando inoltre strascichi di danni ambientali irreparabili, causati dallo sversamento in mare di grandi quantità di petrolio e l’incendio di numerosi pozzi.
In questa seconda parte di LIFE festival, il programma di ZONA K propone una serie di reportage promossi dall’associazione modenese DIG Documentari Inchieste Giornalismi (e dall’inglese to dig: scavare) per comprendere e dissotterrare le pericolose storture del contemporaneo, allargando al contempo le potenzialità delle attività investigative alle forme dell’arte.
Under Poisoned Skies (2023) – documentario della già pluripremiata Jess Kelly per BBC News Arabic, insignito del Royal Television Society Programme Award – indaga l’impatto mortale dell’inquinamento tossico causato dalla compagnia petrolifera anglosassone BP nella zona di Rumaila, al confine tra Kuwait e Iraq, a vent’anni dalla guerra. Nuvole di fumo nero fuoriescono giorno e notte dalle torri, e nel sangue e nelle urine di 7 bambini su 10 si riscontrano tracce di sostanze cancerogene. Il consueto impianto espositivo della BBC offre allo spettatore spezzoni di filmati senza soluzione di continuità, che spaziano dal parere equanime degli specialisti medici alle testimonianze dei genitori dei bambini malati o deceduti. L’inchiesta accumula materiali spesso raccolti sotto copertura mediante informazioni satellitari, e contemporaneamente mostra i video-diari realizzati dalla comunità residente nel secondo campo petrolifero più esteso del pianeta. Laddove il girato rivela le perniciose pratiche di estrazione, analizzandone la correlazione con l’enorme incidenza di patologie tumorali pediatriche, la regista londinese denuncia il superamento delle soglie di distanza dagli agglomerati urbani e livelli di contaminazione chimica ben oltre i limiti preventivi. Grazie all’indagine la troupe scopre infatti che i giganti del petrolio nel Medio Oriente nascondono tonnellate di emissioni di gas in eccesso, emissioni che, se incluse nei rapporti annuali, potrebbero addirittura raddoppiare il tasso globale di combustione. Questo gas naturale viene bruciato senza alcun recupero energetico, provocando emissioni di CO2 e la fuoriuscita di metano e sostanze inquinanti dannose per la salute, che contribuiscono in egual misura al riscaldamento globale. Intervistato da Kelly sulle responsabilità sociali ed economiche del paese, l’allora Ministro del Petrolio nega tuttavia il coinvolgimento delle società energetiche nel deterioramento ambientale, insistendo invece, con una sorda retorica che somiglia tanto a quella occidentale, sulle colpe dei singoli cittadini, sul «motore obsoleto delle più di 7 milioni di auto presenti in Iraq».
A partire da una prospettiva ampia sulla crisi climatica, il documentario costruisce un discorso lucido, in cui l’Iraq – come paese di estrazione – e BP – come attore globale – assumono un ruolo diretto nello squilibrio ecologico e nei rischi sanitari imposti alla popolazione. Allo stesso tempo, Under Poisoned Skies smaschera la retorica, largamente diffusa in Occidente e ormai interiorizzata a livello globale, che attribuisce la responsabilità del disastro ambientale quasi esclusivamente ai comportamenti individuali: l’utilizzo dell’auto, il consumo di plastica, le scelte alimentari.
Questa contrapposizione tra responsabilità sistemiche e responsabilità individuali, tuttavia, non è così netta: entrambe convivono, intrecciandosi nel quadro allarmante della crisi climatica attuale. Le trasformazioni degli ecosistemi colpiscono in modo diseguale le popolazioni del mondo, accentuando le disparità geo-economiche e mettendo in luce una consapevolezza disomogenea rispetto alle cause e agli effetti del danno ambientale.
Nei paesi del Nord globale, l’attenzione è spesso concentrata su pratiche di consumo più sostenibili, ma sganciate dal contesto sistemico. Nei paesi di estrazione – spesso ridotti a colonie economiche degli stessi stati – le attività industriali proseguono indisturbate, a costo della salute pubblica. In questi territori, però, la popolazione non è ignara: è pienamente consapevole, eppure costretta all’impotenza. A Rumaila, nonostante le condizioni ambientali e sociali gravissime, le persone continuano a manifestare davanti ai cancelli dei giacimenti per chiedere di lavorare.
Il film si chiude sul volto del diciannovenne Ali Hussein Juloud, nel giorno di Eid. Gli adolescenti, malati ma sorridenti, cercano la luna crescente nel cielo rosso, pronti a rompere il digiuno e concludere il mese sacro. Intanto, gli operai continuano a estrarre un liquido viscoso di cui non usufruiranno mai.